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Mimmo Jodice
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Mimmo Jodice/Sibari 2000.
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Da Torino a Trieste, da Bolzano a Stromboli
la mostra è un inedito viaggio visivo, un lungo e affascinante
“Grand Tour” fotografico nel nostro paese, che raccoglie per
la prima volta le immagini scattate dal grande autore in
trent’anni di vita e di carriera. Tra i più geniali e
importanti fotografi italiani, in questi anni Mimmo Jodice non
ha mai smesso di guardare, scoprire, meravigliarsi di bellezze
e armonie inattese, di improvvisi squilibri e di magie della
visione.
Le 160 fotografie in mostra, tutte in bianco e nero e di
grande formato, come tante tappe uniscono tra loro, per
associazioni visive ed estetiche, foto celebri con altre
inedite, vedute di una Napoli nascosta e da scoprire con
scorci inattesi di Roma e di Milano, del paesaggio in continua
trasformazione e di piazze e vicoli, monumenti quasi
sconosciuti e riscoperti ora con la macchina fotografica e lo
sguardo sempre straniato e nuovo di Jodice. Un viaggio tra
visione e realtà, tra un passato ancora così vivo e un
presente problematico, che ci permette di conoscere (e
riconoscere) la bellezza composita e varia del nostro paese e
la grandezza interpretativa di Mimmo Jodice, uno dei più
sensibili e originali interpreti della fotografia italiana.
“Le immagini di Perdersi a guardare ci consentono di
vedere l’Italia com’è realmente, come esiste e persiste nei
nostri sogni, con uno sguardo unico e completamente nuovo.
Dopo aver visto queste opere meravigliose, non si potrà più
incontrare il paesaggio italiano senza rendersi conto che un
paese che si presume di conoscere possiede un’identità
nascosta – e che l’Italia, in fondo, è una serie di fotografie
di Mimmo Jodice” (dal testo di Francine Prose).
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Paolo Barillà |
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Scomposizione, 1999. Acrilici e
fluorescenti su tavola, cm 100x 100.
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"Per
astrazione ridefinita si intende l'astrazione di
fine secolo. A differenza di quella postbellica
(dall'espressionismo astratto al minimalismo) essa
non si è proposta di reinventare uno stile, né di
affermare una tendenza in contrapposizione di
un'altra, ha voluto invece far opera di dialettica
tra forme e teorie diverse, una volta ritenute
incompatibili e diametralmente opposte".
Così scriveva il
critico Demetrio Paparoni allora direttore di Tema
Celeste nel numero 58 del 1996 interamente
dedicato all'Astrazione ridefinita. Paolo Barillà
si colloca perfettamente in quest'ambito. La sua
ricerca pittorica oramai matura, risultato di uno
studio ventennale, non fa altro che indagare le
possibili connessioni tra la teoria linguistica e
l'arte astratta. Il mondo contemporaneo è
"governato" da paradigmi linguistici che nel
peggiore delle situazioni hanno portato ad un
deterioramento sociale. Certo non si può non
vedere anche i risultati positivi apportati. Ma il
deterioramento sociale si riflette inevitabilmente
nella produzione artistica odierna. Oggi siamo
sopraffatti dall'inutile e da "opere artistiche"
che sono nella maggior parte dei casi
semplicemente esercizi di stile. Pochi sono gli
artisti che "concretamente" riescono a far dire
qualcosa alle loro opere. L'immagine ha
soppiantato tutto il resto.
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Bill Viola/Palazzo delle
esposizioni Roma |
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Palazzo delle
esposizioni, veduta della mostra.
Photo © Ceraclab. |
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Una imperdibile mostra ha
aperto i battenti il 21 ottobre scorso, Bill Viola. Visioni interiori, presso il
Palazzo delle esposizioni di Roma. Viola è un artista di origine new yorkese della classe del 1951 che vive in California. E’ il
videoartista più noto e amato dalla critica e dal pubblico internazionale,
consacrato da importanti mostre museali a partire da quella
allestita nel 1997 dall’ Whitney Museum of American Art di New York.
Questo evento, perché di questo si tratta vista la
grandezza dell’artista in questione e vista la sua novità per quanto riguarda
l’Italia, paese in cui l’artista sostò negli anni Settanta collaborando
allo studio di videoarte art/tapes/22 di Firenze, offre al pubblico italiano la
grande possibilità di vedere una scelta di ben sedici opere; un viaggio intriso
di rimandi alla storia dell’arte e di temi profondamente sentiti dagli uomini
di tutte le epoche e di tutte le età. Quei quesiti fondamentali che da sempre
pongono l’uomo di fronte al suo essere, privato di quella maschera di finti
bisogni e necessità che, ingannandoci, il mondo ci fa credere siano per noi
indispensabili.Come afferma infatti Kira Perov, moglie e collaboratrice di Bill
Viola nonché curatrice della mostra, questo è “un viaggio per chi è alla
ricerca di Sé”, e la ricerca non
può che avere inizio con la liberazione del nostro corpo che, attraverso due
elementi distruttivi ma al contempo purificanti, quali l’acqua e il fuoco,
viene annegato e bruciato nell’opera THE CROSSING. Seguono i temi della arresa
(SURRENDER), della possibilità di poter al contempo nascere e morire (EMERGENCE),
della percezione della nostra corporeità (CATHERINE’S ROOM) e della
comprensione dei segni dei mudra (FOUR HANDS). La seconda parte
dell’esposizione pone lo spettatore davanti a quello che potrebbe essere il
suo io riflesso in schermi che riproducono in movimenti, tanto lenti da apparire
impercettibili (ANIMA), i diversi sentimenti e stati d’animo che accompagnano
la nostra vita, dal dolore (DOLOROSA) alla gioia. Come
spettatrice mi sento di consigliare a coloro che si recheranno alla mostra, di
entrare in una dimensione totalmente diversa da quella nella quale siamo
abituati a vivere perché le opere di Viola richiedono un approccio
all’immagine che è opposto rispetto al nostro abituale atteggiamento,
sicuramente più immediato e diretto e meno spirituale. A tal proposito mi sento
di avanzare una critica all’esposizione delle opere che, pur essendo
indubbiamente ben organizzata, tralascia un aspetto molto pratico: l’esiguità
dei posti a sedere che, vista la durata non indifferente di alcuni video, è,
dal mio punto di vista, un elemento che va a discapito di una buona fruizione
delle immagini.Esse infatti, per la loro stessa natura, richiedo di essere
contemplate ed esaminate e non semplicemente viste di sfuggita, come ho notato
avvenire soprattutto nell’ultima parte del percorso.
Paola Recagni
(23/10/2008) |
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David La Chapelle |
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David La Chapelle,
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David La Chapelle (1963). Fotografo americano di origine canadese. Arriva a New
York nel 1978 e lavora come buttafuori allo Studio 54. In quel mitico ritrovo
notturno, incontra Andy Warhol che lo introduce nella redazione di Interview. Ma
la sua prima vera occasione di esprimersi come fotografo gli viene offerta dal
giornale Details che gli commissiona un servizio, lasciandogli piena libertà. Da
quel momento, il fotografo, anche quando il suo obiettivo inquadra la moda, crea
una visione alternativa, fatta di colori, di sensualità irridente, di allegria
che nasce dalla contaminazione delle culture pop, cyber e rock. È quasi un
marchio che rende le sue immagini sempre riconoscibili. Senza nessuno scrupolo
esagera, mischia il reale con l'inventato, usa con sapienza il computer,
racconta una realtà che esiste solo nella sua fantasia.
Pubblica su Interview, Vanity Fair, The New York Times Magazine, The Face e
realizza campagne per Diesel, Mac, Levi's, Estée Lauder, Iceberg. Ha realizzato
un promo per Giorgio Armani, il marchio che lo aveva lanciato nel 1991
utilizzando una sua immagine in bianconero (il volto di un angelo) a piena
pagina sui principali quotidiani italiani: pochi sanno che la fotografia
originale (comparsa nel 1992 in L'invisibile ripreso, una collettiva sul tema
degli angeli esposta a Milano che costituisce la sua prima mostra europea) era a
figura intera e a colori. Ormai numerosissime le mostre personali in tutto il
mondo per un autore che ha esordito in Italia, ancora sconosciuto, con una
grande personale al Museo Ken Damy di Brescia nel '93. Due sono finora i suoi
libri, insoliti nelle dimensioni e originali nella composizione come il loro
autore: LaChapelle Land nel '96 e Hotel LaChapelle nel '99.
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(01/06/2007
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Erick
Swenson |
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ERICK SWENSON, Untitled, 2004.Polyurethane
resin, acrylic paint, MDF, polystyrene.
276 X 173 1/4 X 23 1/2 inches. Edition of
3. (Photo Larry Lamay) |
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Questo è il genere di produzione artistica
che amiamo, assieme alla public art ed
all' "arte umanistica" in genere. Sarebbe
molto interessante approfondire una
tematica che ci sta molto a cuore. Ancora
l'arte si esprime in anticipo sui tempi ?
Oppure è l'arte a subire la politica e gli
eventi ? Il tema è stimolante ma non è
questa la sede opportuna per affrontarlo.
Oggi presentiamo Erick Swenson, artista
americano, uno dei pochi che ancora riesce
ad emozionarci. Il suo lavoro è valido, e
questo per i tempi che corrono è un
successo. La sua tematica è attuale mentre
la sua tecnica è superba. Lo presenta, per
la seconda volta, la galleria James Cohan
a New York. Swenson è abilissimo nel
creare le sue opere, delle vere e proprie
porzioni di realtà, tra ispirazione da
storici diorami naturali. Ma la cosa più
interessante, è l'assoluta contemporaneità
del messaggio che se ne ricava osservando
queste installazioni. Noi siamo per la
tutela dell'ambiente, pertanto capirete
che osservando una di queste opere non
possiamo non considerare anche questo
aspetto. Non solo si rimane affascinati ma
l'artista ci "costringe" a riflettere
sull'esistente. La rappresentazione di una
creatura un tempo forte ma "raccontata"
nei momenti finali della propria esistenza
o dopo la morte è una costante nel lavoro
dell'artista. Questa ambiguità noi la
troviamo affascinante. Un modo per far
riflettere sulla fragilità della vita e
sulla vulnerabilità di ciascuno di noi e
di ciò che ci circonda. Osservando queste
installazioni, lo spettatore diventa
testimone involontario di una tragica ma
affascinante scena di vita e di morte,
bloccata in un momento preciso. L'artista
accentua magistralmente questa emozione,
sistemando la scena affinché sia lo
spettatore a determinare gli eventi che
hanno portato a quel risultato.
(01/06/2007) |
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-SPECIALI- |
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52.
Biennale di Venezia
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documenta
XII di Kassel
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skulptur
projekte münster 07
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Photo London 2007 |
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Paul Kooiker,
Paradise, Courtesy Van Zoetendaal, 2006.
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Marina Abramovic,
Balkan Erotic Epic: Banging the Skull, Courtesy La Fábrica, 2005. |
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Marina Abramovic,
Balkan Erotic Epic. |
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Corinne Day, Kate 1990, Courtesy the artist and Gimpel Fils, 2006. |
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Lisa Kereszi, Gael dressing, State Palace Theater, New Orleans, LA,
2000.Courtesy of Yancey Richardson Gallery, NYC. |
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Richard Kern, 1997, Photograph copyright Richard Kern.. |
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Mona Kuhn, Fatale, Courtesy of the artist and M+B, 2006. |
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